DATI
Le imprese pagano l'energia 26,5 c€/kWh: perché più della media UE
La Relazione Annuale ARERA scompone il prezzo dell'elettricità per le imprese italiane: la materia prima è scesa, gli oneri sono saliti. Il confronto con Germania e Francia e le voci di bolletta su cui un titolare può agire davvero.
Redazione · 5 febbraio 2026
Nel 2024 le imprese italiane hanno pagato l’energia elettrica in media 26,52 centesimi di euro per kWh, il 24% in più della media dell’Area euro. Lo certifica la Relazione Annuale ARERA, pubblicata a settembre 2025 su dati Eurostat. Il prezzo è sceso rispetto ai 28,9 c€/kWh del 2023, ma il resto d’Europa è sceso più in fretta: il divario con l’Area euro era +16% nel 2023, nel 2024 è salito al +24%.
Per un titolare di PMI il numero aggregato dice poco. La parte utile della Relazione è la scomposizione: quali voci del prezzo sono scese, quali sono salite, e soprattutto su quali si può intervenire.
Quanto costa davvero un kWh a una PMI italiana?
La sintesi della Relazione Annuale scompone i 26,52 c€/kWh del 2024 in tre blocchi:
- Energia e vendita: 13,7 c€/kWh. È la materia prima più il margine del fornitore. Nel 2023 valeva 17,5 c€/kWh: un calo del 21% in un anno.
- Costi di rete: circa 3 c€/kWh (2,98 per la precisione). Trasporto, distribuzione, misura. Cresciuti solo del 2% sul 2023.
- Oneri, imposte e tasse: 9,8 c€/kWh. Erano 8,5 nel 2023 e 6,3 nel 2022: +15% nell’ultimo anno, +55% in due anni.
In sintesi: la componente che l’impresa può negoziare è scesa in modo netto, quella decisa per via fiscale e parafiscale è salita. Secondo la stessa sintesi ARERA, il prezzo al netto degli oneri fiscali è passato da 20,38 a 16,68 c€/kWh, un calo del 18% che in bolletta si è visto solo in parte.
Perché paghiamo più di Germania e Francia?
Il confronto con i principali mercati europei, sempre da dati ARERA su fonte Eurostat, nel 2024 dice questo: Francia 19,3 c€/kWh, Germania 24,9, Spagna 16,7, media Area euro 21,5. L’Italia, a 26,5, resta la più cara tra i grandi.
Ma il punto interessante è dove si forma il divario. Sugli oneri, imposte e tasse, documenta la sintesi ARERA, l’impresa italiana paga il 134% in più della concorrente francese e il 65% in più della media dell’Area euro. Se invece si guarda il prezzo al netto di oneri e imposte, il quadro si ribalta: il differenziale con l’Area euro scende a un +2% medio. Nella classe di consumo IB (da 20 a 500 MWh l’anno, quella tipica di una PMI manifatturiera), il prezzo netto italiano è 17,84 c€/kWh contro i 19,42 della media dell’Area euro: meno della media europea.
Tradotto: sul mercato dell’energia le imprese italiane comprano ormai a prezzi competitivi. È il carico fiscale e parafiscale sulla bolletta a spostare l’Italia in fondo alla classifica della competitività. Con la Germania, nota ARERA, c’è una sostanziale parità: i tedeschi hanno i livelli più alti d’Europa in quasi tutte le classi di consumo, in particolare in quella più piccola.
Su quali voci il titolare può agire subito?
Tre leve sono nelle mani dell’impresa, e tutte lavorano sulla parte di bolletta che il mercato prezza.
1. Il contratto di fornitura. La componente energia e vendita è scesa in modo netto in un anno: chi ha un contratto firmato nel 2023 a prezzo fisso su livelli di picco sta pagando un mercato che non esiste più. La prima azione è rileggere la scadenza, il tipo di prezzo (fisso o indicizzato) e lo spread applicato dal fornitore, e rimettere in gara la fornitura prima del rinnovo tacito.
2. Il profilo di consumo. Il prezzo per kWh cambia in base alla classe di consumo e a come i prelievi si distribuiscono nella giornata. Spostare i carichi flessibili nelle ore in cui l’energia costa meno, e verificare che potenza impegnata e opzione tariffaria di rete siano dimensionate sui consumi reali, non costa investimenti: è lavoro di analisi sulle bollette degli ultimi dodici mesi.
3. I kWh non prelevati. Ogni kWh autoprodotto o risparmiato evita l’intero prezzo, oneri inclusi: è l’unico modo per aggirare anche la parte di bolletta che non si negozia. È il motivo per cui autoconsumo ed efficienza rendono di più in Italia che altrove: il kWh evitato qui vale l’intero prezzo pieno, il più alto tra i grandi mercati europei.
E su cosa non può nulla?
Oneri generali di sistema, imposte e costi di rete non si negoziano: sono fissati per via regolatoria e fiscale, uguali per tutti i fornitori. Cambiare venditore non li tocca. È la voce che è cresciuta di più, ed è una scelta di policy: la Relazione ARERA documenta il rientro delle misure emergenziali di sgravio adottate negli anni della crisi dei prezzi, in Italia come nel resto d’Europa.
Per il titolare la conseguenza operativa è una sola: diffidare di chi promette sconti sulla “bolletta intera”. Il perimetro negoziabile è la componente energia e vendita, poco più di metà del prezzo. Il resto si riduce solo consumando meno o autoproducendo.
Cosa guardare nel 2026
Il quadro non è statico. La componente oneri è cresciuta per due anni consecutivi e ogni intervento del legislatore su questa voce cambia il conto più di qualsiasi rinegoziazione. Sul fronte opposto, il calo della materia prima va verificato contratto alla mano: il beneficio arriva solo a chi lo va a prendere.
Il costo dell’energia, peraltro, non viaggia da solo: si somma al calendario di adempimenti che il 2026 porta alle PMI, come si è visto con il RENTRI per la gestione dei rifiuti. La logica per il titolare è la stessa: separare ciò che è negoziabile da ciò che è obbligatorio, e muoversi sul primo prima della scadenza del secondo.
La prossima Relazione Annuale ARERA, con i dati 2025, dirà se il divario con l’Area euro si è richiuso. Nel frattempo il dato da tenere a mente, dalla Relazione ARERA, è uno: 9,8 centesimi su 26,5 non dipendono né dal fornitore né dal mercato. Su quelli decide la politica. Sul resto decide l’impresa.